Non ci raccontiamo bugie: lo scautismo ai tempi del Covid-19 non è una dimostrazione di coraggio, di buon senso, non è ottimismo, determinazione, senso civico. O almeno permettetemi di dire che non è solo questo. Essere scout in quarantena è anche e soprattutto una schifezza.

Sono le 19.30 di un venerdì speso – per forza di cose e come ogni altro giorno ormai da settimane – interamente dentro casa. Ho un appuntamento su Skype (l’ennesimo da stamattina, perché se i miei spostamenti sono fortemente limitati, i miei impegni sembrano quasi raddoppiati) per la riunione di Compagnia. Rido amareggiata alla parola “compagnia”.

Luca avvia la videochiamata, qualcuno si collega prontissimo, qualcuno mantiene la sanissima abitudine di farsi aspettare per tenere viva la capacità di inventare giustificazioni per questo imperdonabile ritardo. Tanto, questa volta, che fretta abbiamo?

Inutile mentire, abitudini come il “tè di Compa” non sono le stesse, a distanza. Mi accorgo di quanto mi manchi il rituale del tè di quando toccava a me “servire”: allungare il braccio destro, indicare un barattolo vuoto dall’altra parte del tavolo, afferrarlo mentre mi viene avvicinato, sforzandomi con l’altra mano di tenere in equilibrio il pesante bollitore incandescente; pentirmi della scelta di tenere il bollitore col braccio sinistro, quello meno forte. Versare con cura una quantità d’acqua che sia uguale a tutti i barattoli riempiti prima, controllare che tutti ne abbiano uno davanti agli occhi, quindi riempire il mio, chiedermi come sia nata questa cosa dei barattoli e perché non usiamo tazze e bicchieri come le persone normali, sedermi e ascoltare, soffiando sul vetro bollente.

Mi preparo una tisana ai frutti di bosco, con il telefono appoggiato al contenitore dello zucchero, guardando ogni tanto i buffi faccioni sgranati che si connettono uno a uno, fino a che si decide di cominciare a parlare di cose serie. Che poi, “serie”. Se vi svelassi in cosa consiste il 90% delle nostre segretissime attività, ridereste. Non vi farò ridere.

All’inizio c’è sempre il “come state?” a cui rispondiamo in maniera sempre più monotona. Ci manca la scuola, ci manca uscire la sera, ci manca fare attività tutti insieme. Siamo stretti in casa, siamo anche soli, siamo annoiati o sopraffatti da incontri virtuali che non sostituiranno mai la vicinanza delle persone. Buttiamo giù idee, organizziamo cose. La maggior parte sono indirizzate al dolcissimo e più che atteso momento in cui ci rivedremo. Una pizza tutti insieme, questa volta dal vivo, la realizzazione di vecchi progetti che cominciano a prendere polvere. Parliamo di Estate Rover, sogniamo i posti in cui cammineremo e dormiremo e viaggeremo quest’estate, mentre ci ricordiamo che per ora ci è concesso solo respirare una primavera invidiabilmente bella dalla finestra spalancata della nostra cameretta. Nonostante seguiamo con relativa diligenza la sfida lanciata da Luca, battezzata “Decameron 2.0”, in cui cerchiamo di sperimentare e condividere ogni giorno qualcosa di nuovo, da sfide culinarie a prime esperienze artistiche o creative, essere scout ma in generale avere diciassette anni e stare chiusi in casa non è facile, non è entusiasmante. Diventare e-scout, e-persone, e-adolescenti, non vuol dire che tutto si possa facilmente sostituire con un pizzico di positività e spirito d’adattamento. Ma, senza dubbio, ci si può facilmente rendere conto di quanto sia prezioso ciò che ci sembra naturale e usuale. La gratitudine, in fondo, è stata una tra le più belle lezioni che l’ambiente scout mi abbia regalato.
Mentre si discutono proposte, mentre si verifica che tutti gli impegni siano stati portati a termine, che tutti i progetti siano in via di sviluppo, ci aggrappiamo silenziosamente ai dettagli di banalissime consuetudini che abbiamo momentaneamente perso ma che -ci crediamo fortemente- torneremo ad abbracciare. 

Galatea

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