E’ nei momenti difficili che si cresce. E questi, per la società intera, le famiglie, ogni singolo individuo, sono tempi difficili. Noi, come Sezione, non facciamo eccezione. Ma BP ci ha insegnato a guardare lontano, e poi ancora più lontano. Ad essere laboriosi ed ottimisti. A fare. Sorridendo.  E cresciamo.

Siamo o non siamo come l’aragosta?

“L’aragosta è un animale morbido e soffice, vive dentro un rigido guscio che non si espande mai. E come fa l’aragosta a crescere? Mentre cresce, il guscio diventa sempre più stretto e scomodo, tanto che l’aragosta non può fare altro che liberarsene. Sentendosi sempre più sotto pressione e a disagio, va quindi a nascondersi tra le rocce. Lì, più vulnerabile che mai, lascia andare il vecchio guscio e si adopera per crearne uno nuovo che possa adeguarsi alle sue necessità. Ad un certo punto, continuando a crescere, anche questo guscio diventa stretto e scomodo. Allora, torna sotto alla sua roccia e ripete il processo, ancora e ancora. Lo stimolo che rende possibile la crescita dell’aragosta è la scomodità, il disagio, il dolore. Se l’aragosta potesse avere dei medici a disposizione, probabilmente le somministrerebbero dei farmaci per ‘sedare’ questo malessere e troverebbe una soluzione immediata, una distrazione che possa far sparire il disagio e che la illuda di aver risolto il problema senza averlo realmente affrontato. Così facendo, non si libererebbe mai di quello che non va più bene per lei.” (Abraham J. Twersky)

E allora noi rilanciamo, cantiamo insieme, progettiamo campi ed attività, guardiamo in faccia la difficoltà, con rispetto ma con la serena arroganza dei nostri ragazzi. Maccarone, te m’hai provocato e io me te magno.

Abbiamo ammainato la bandiera, chiudendo simbolicamente l’anno scout. Ci siamo lasciati alle spalle scorie e problemi, sguardo puntato al futuro. Capi che prendono brevetti dalle mani di Biagio – grazie per essere stato con noi –

in diretta streaming in mondovisione. Si, mondovisione, non siamo forse anche internazionali?

Poi un po’ di sana educazione fisica col tappeto elastico, che con un salto superiamo gli ostacoli.

In pochi giorni due assemblee, la chiusura e le prime – dai! – riunioni con i ragazzi per preparare campi e abbracciarsi di nuovo. Va bene, l’abbraccio è ancora a distanza, mascherina ben calzata. Ma stare a due metri dai sorrisi non ha prezzo.

Vento alle spalle, coraggio in tasca e sguardo al futuro. E si vive.

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.
Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano
.

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